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|Blow Up #130 Se si pratica questo mestiere bisogna predisporsi alla sorpresa, al bloccare ogni funzione di fronte
a un disco sopraffino e spiazzante. Ma sempre più spesso il nostro sangue indurito è anche colpa di
opere che non mantengono le promesse, che non vanno oltre il compitino delle attese: al punto che
quando l’epifania succede essa viene spontaneamente risaltata al di là del fatto che i brani siano
“solo” cinque. In regno caecorum Coproduci e Crepa senza consumazione intermedia, semantica
strumentale legata a un territorio traslato in trent’anni dall’Albero degli Zoccoli ai suv coi santi sul
cruscotto e alla cocaina di massa, osseo spoken word sopra dissonanze sul mood dei mai dimenticati
(ma più rock) Maladives, copro-duci alle sette e mezza “di mal di testa, caffelatte fermo e
freddo” fino a farla finita, batteria di lamiere ovvero il materiale da lavoro numero uno nella bergamasca
da cui proviene il trio. In Corteccia si sentono gli elettricisti, o i martelli pneumatici, o i
saldatori, e il paroliere in una bolla al riparo appena fuori dal cantiere, con il ritmo che batte circonfuso
sul fondale, per ascoltare al meglio devi accostare la testa alle casse e restituire alla musica
il ruolo avvincente che sta all’opposto del complemento. “Orgasmi di terra contro figli di cemento”,
c’è Aidan Moffat nel suo primo giorno da disoccupato, un fabbro con l’autoreverse quotidiano,
difficile non vedere nei Bancale un collegamento lessicale e spirituale coi Bachi da Pietra e, più in
là, col Fausto Rossi di “Exit”; Crinale aspetta, nel senso di Waits, inquieto e inquietante, ruggine
e schegge, Dolore mette in luce la leggera erre arrotata di Luca Barachetti, il suo accento quasi
impercettibile. “Non basteranno droghe e tecniche / non troveremo premi e prediche / vita-mortevita
per sopravvivere / un fiero e rabbioso esistere / di sopportazione e limite”: vogliatevi bene e
mettetelo accanto a “Canzoni da spiaggia deturpata” per una nuova politica del reale ove prewar e
fall-out coincidono. Un disco carnale, addominale, scorticato, bellissimo. (8/10)
Enrico Veronese
|FreakOut Online Sono gli stessi Bancale – trio orobico formato da Luca Barachetti, Fabrizio Colombi ed Alessandro
Rossi – a sottolineare l’importanza che ha avuto sul loro approccio alla “parola cantata” quanto
fatto da Giovanni Succi nei Madrigali Magri prima e nei Bachi da Pietra poi. E se qualche voce
critica si fermerà qui, archiviando questo ep d’esordio come eccessivamente derivativo, io personalmente
giudico un segnale assai interessante che stiano nascendo realtà in grado di apprendere e
rielaborare la lezione dei Bachi da Pietra, piuttosto che trovarci di fronte all’ennesimo gruppo che
scimmiotta modelli anglofoni o che non riesce a pensare ad un rock cantato in italiano diverso da
quello di Marlene Kuntz ed Afterhours.
Animato da umori (e rumori) assolutamente personali, il vocabolario lirico dei Bancale si focalizza
in maniera quasi ossessiva sulla scelta di ogni singola parola, sul loro significato (da notare le ambiguità
semantiche di due titoli come “Coproduci” e “Crepa”) e sul loro ritmo, scandito da un blues
scarnificato e nichilistico anche scosso da percussioni metalliche.
Se là è pietra riarsa dal sole e corrosa dal vento, qua è ferro arrugginito sotto la pioggia, eppure
ancora caldo come fosse stato appena battuto tra martello ed incudine.
Guido Gambacorta http://www.freakout-online.com/demo.aspx?iddemo=1053
|Fuori dal Mucchio Cinque brani registrati la scorsa estate in uno studio del bergamasco (e ora raccolti in un EP in
ascolto gratuito), una visione musicale non inedita ma capace di abitare un immaginario tutto suo.
Un immaginario che forse è ancora in fase di definizione, che forse non è ancora maneggiato con
esperta padronanza, ma di certo interessante, viva e propositiva. Di che cosa stiamo parlando? Di
una forma blues corrotta e italianizzata che deve molto, moltissimo ai Bachi Da Pietra pur senza
emularli, trattenendo tra le proprie maglie scorie di Massimo Volume ancora pulsanti, soprattutto
nel fluire fluorescente delle chitarre. Forse il malessere che trasudano queste canzoni non è ancora
perfettamente codificato musicalmente, di certo è sincero e per questo motivo attendiamo con estremo
interesse le prossime mosse del trio lombardo.
Alessandro Besselva Averame
http://www.ilmucchio.it/fdm_content.php?sez=dalbasso&id_riv=63&id=27
|Il popolo del blues Un incipit fatto di qualche nota di blues denso, materico, profondo. Potrebbero essere i Black Keys.
Si chiamano invece Bancale, vengono da Bergamo e sono un trio nato nel 2006 composto da Luca
Barachetti alla voce, Fabrizio Colombi ai tamburi, Alessandro Rossi alle chitarre. In questo loro
EP, il primo, raccolgono i frutti di due anni di lavoro, cinque brani registrati tra il 2006 e il 2008.
Bastano pochi secondi perché quelle iniziali, intense note di chitarra, accompagnate dai colpi di un
tamburo che risuonano nel vuoto come quelli di una pistola, si trasformino nell’universo sonoro
unico e originale dei Bancale. Come una disorientante sorpresa arriva la voce di Barachetti. Quasi
non canta, piuttosto recita, sussurra, strascica le parole di testi cupi e strazianti. L’apertura Coproduci
è un gioco di parole basato su kópros (sterco) e produci. Quadri in cui si mixano mattine di
mal di testa e caffellatte fermo e freddo, cocaina, semafori rossi da sfidare e santini sul cruscotto.
Vite di sforzi e storie paradossali che alla fine del gioco, come il corpo in un ciclo vitale, non producono
ma kóproducono. Sullo sfondo dei testi bui e dei suoni ruggenti e melmosi della chitarra si
muovono non solo tamburi, ma lamiere, motori, suoni di terra e di fabbrica, frastuoni di lavoro e
fatica. Un blues rurale e sporco che guarda alle radici, coglie uno stato d’animo ed uno spaccato di
umanità tenebroso e lo trasforma in musica. Musica, sì. Perché di quell’uso degli effetti e dei rumori
non si fa mai un’esibizione ostentata come se si volesse mettere in mostra una trovata originale.
Il trio seleziona e sceglie le sonorità e le fonde perfettamente con il senso del progetto, tanto
che al primo ascolto si fa molta più attenzione ad un mood musicale che gira e funziona, che evoca
sensazioni e suggestioni, piuttosto che a come è realizzato nel dettaglio. Il minimalismo dei Low si
fonde con la ruggine di recitativi alla Tom Waits (Crinale), mentre sul fronte italiano il pensiero va
ai Bachi da Pietra. Spesso abbiamo cercato lontano la psichedelia allucinata di Ben Chasny e Six
Organs of Admittance, senza sapere che ne avevamo un esempio molto più vicino di quanto pensassimo.
Bell’album e progetto in cui va premiato il gusto per un originalità Autentica, che non si
arresta mai, neanche per un attimo, di fronte al sospetto o al timore di lasciare allibito chi ascolta.
Giulia Nuti
http://www.ilpopolodelblues.com/rev/maggio09/recensione/bancale.html
|Impatto Sonoro L’aria che si respira nella provincia bergamasca non deve essere proprio il massimo della vita.
I Bancale l’hanno respirata per troppo tempo e adesso, in preda ad un’inaspettata crisi di rigetto,
hanno deciso di imprigionarla dentro ad un sacchetto di plastica, giusto per far capire agli altri
l’effetto che fa.
Con le cinque canzoni di questo loro primo Ep i Bancale ci trascinano vorticosamente dentro alla
tana del ragno, quasi svogliatamente, senza girarci troppo attorno.
L’atmosfera che si avverte è claustrofobia, volutamente scarna, infetta, ma non per questo priva di
un suo angosciante fascino ammaliatore: merito di testi allucinati e ben curati, di un sound sincopato
mai fuori dalle righe e di una voce flebile, arrugginita, decisamente adeguata al contesto.
Cinque lancinanti coltelli che si infilzano in altrettante piaghe purulente, con chirurgica precisione
e sadica lentezza.
Meritano qualcosa di più di un semplice ascolto. (3/5)
Massimo Locandro
http://www.impattosonoro.it/2009/02/19/recensioni/emergenti/bancale-bancale-ep/
|Italian Embassy Scendono con le gerle e le abbandonano per il turno in fonderia. Parlano piano ma si capisce tutto,
nonostante l’accento, nonostante la erre. Battono lamiere ma non sono gli Stomp, l’aggettivo industriale
va inteso in senso proprio. In un paese irreale che cancella gli Afterhours e Tricarico e il
jazz di Di Battista, i Bancale nemmeno ci provano ad essere per tutti: gli va bene essere per coloro
cui arrivano.
Luca Barachetti, Fabrizio Colombi e Alessandro Adelio Rossi, quest’ultimo impegnato anche ne
Ivonnegut. Da Bergamo, un tempo Albero degli Zoccoli ora riconvertito ai suv e alla coca nè più
nè meno che altre plaghe dell’ex-Italia, in un ep cinque brani da farsi bastare fino all’arrivo dei
prossimi. Si parla di lavoro, di professione operaia per quanto in proprio, di cantieri e saldatori
che emergono prepotenti da tracce quali Corteccia, titoli ruvidi e gestione del suono non da meno,
onomatopea di trivelle che generano un ritmo percepibile solo in prossimità dei diffusori, con lo
speaker riparato ma in posizione non al di fuori dai pericoli di una legge 626 applicata male. Coproduci
gioca sull’etimo, copro=merda a significare che quanto si fa ogni giorno, nei gesti meccanici
che iniziano col “caffelatte freddo e fermo delle sette e mezza”, va tutto a finire nel cesso. Fino a
che si dice basta; Crepa salta interamente la ferrettiana consumazione per donare un Aidan Moffat
nel suo primo giorno da cassintegrato, una capatina al Full Monty Club delle ferriere per sostenere
un provino autobiografico alla corte di Ken Loach. “Orgasmi di terra contro figli di cemento”,
naturale accostare gli addominali Bancale ai Bachi da Pietra fin nella scelta dei vocaboli. Chiudono
l’opera Crinale, scheggia Waits rugginosa e inquieta, e Dolore che certifica come il clima di
attenzione post-Thyssen non è svanito dopo le elegie precarie di “Canzoni da spiaggia deturpata”:
in questo caso preistoria della fabbrica e deforestazione da eternit combaciano, stimolate anche
da ascolti che guardano oltreoceano (Carla Bozulich, certo noise). Sono immagini diventate seppia
senza alcun trattamento di fotoshop, natura ultimativa che riemerge là dove la vuoi abbattuta,
pelle scorticata che ti espone il proprio grugno malato. Oh se ce n’è bisogno.
Enrico Veronese
http://www.italianembassy.it/?p=785
|Kronic
La polvere in gola.
Se avete paura del buio, se restare soli in casa vi trasmette un po’ di apprensione, non mettetevi ad
ascoltare l’ep d’esordio dei bergamaschi Bancale. Se invece avete voglia di ascoltare un trio interessante
votato alle sonorità scure, crude, essenziali, allora questi venti minuti potrebbero fare al caso
vostro. Luca Barachetti (voce), Fabrizio Colombi (percussioni) e Alessandro Rossi (chitarre) dopo
un paio d’anni passati a cercare un proprio suono, ottengono un sound scuro, sinistro, sul quale si
poggiano temi intrisi di richiami ai problemi dell’esistenza umana, all’ingranaggio del quotidiano e
alle difficoltà di una vita in provincia, difficile da domare.
Cinque brani che non lasciano indifferenti, fin dall’inquietante apertura affidata a “Coproduci”,
track dove la tormentata voce di Barachetti - il quale più che cantare, dice e racconta storie che
sanno di vita vissuta - sembra appena scesa alla prima fermata utile per l’Inferno. Non è da meno
la riuscita “Crepa”, nodale e diretta, caratterizzata dalle crudeli lamiere percosse da Colombi e
dalla chitarra infinita e struggente di Rossi.
I Bancale non ammoniscono e non cadono nel trabocchetto della retorica, ma giustamente si limitano
a raccontare la realtà, spiattellandotela in faccia senza precauzioni, filtri e scorciatoie espressive
che ne limiterebbero l’effetto devastante. Buono scatto dunque, bruciante e senza titubanze,
ma ora sarebbe bello testarne la tenuta anche sulla lunga distanza. (3/5)
Roberto Paviglianiti
http://www.kronic.it/artGet.aspx?cID=36018
|La Scena
Sento parlare di un “disco addominale”, e quoto: rumori metallici, tamburi, testi parlati e mai
cantati. Sta creando un certo interesse l’esordio dei Bancale, trio bergamasco che in questo primo
EP raccoglie e screma due anni di lavoro. La voce di Luca Barachetti è malata, terminale, lascia un
senso di inquietudine, sicuramente il risultato a cui il gruppo aspirava. Le influenze sono chiare,
dai Bachi da Pietra ai Madrigali Magri, agli Ovo, in un certo senso si potrebbe scomodare anche
(sua maestà) Vasco Brondi: nessuna concessione alla melodia, anche se è evidente una attenta
ricerca metrica nei testi.
Lana caprina: non convince del tutto la presenza del libretto con i testi, una mossa un pelo troppo
didascalica per un progetto tanto sperimentale.
Francesco Pizzinelli
http://www.lascena.it/nuovo/recensione.php?id=778
|Mescalina Quanto ti capita di incontrare queste sette del mistero musicale, ti chiedi perché hai ascoltato la
loro parola e il loro verbo, perché ti sei lasciato trascinare dai loro sentimenti, più il disco gira e
più vorresti spegnere tutto, ma è troppo tardi, non capisci il motivo per cui prima eri felice, spensierato,
e ora ti trovi immerso in mille pensieri caustici e velenosi verso chi non sai nemmeno tu.
Eppure questa è una cosa meravigliosa per chi ti fa ascoltare il suo lavoro, durato per ben due anni
in studio, a sperimentare, a cercare di convogliare i viaggi sonici e le angosce di ognuno: la voce
malata e terminale di Luca Barachetti (parole e voce) ti dice tutto, risulta essere persino rassicurante
se riesci ad ignorare i concetti.
Hanno colpito nel segno i Bancale con questa mini opera prima, il loro messaggio è arrivato attraverso
una “lamata” elettro acustica, attraverso una concezione nuova di fare blues, hanno proiettato
delle immagini senza ritorno, proprio in questo periodo allestiscono un ritratto di un malessere
diffuso, un vuoto pieno di silenzio e di iper-realismo, perché sono tutte cose che hai visto
poco fa, mentre facevi la spesa nel supermercato vicino casa. (“ricordi il sabato la spesa, il suv di
tuo marito, il vostro silenzio sui sedili spezzato da un dito che batte sulla portiera, è un martello di
rito fino alla sera cocaina per tuo figlio”).
E’ solo un ep per fortuna e questo viaggio di merda dura poco, il suono ci ha ipnotizzato come il
canto delle sirene, affascina la loro sperimentazione sonora, trasversale, obliqua, ma mai causale:
il blues tagliente di “Dolore” fa davvero male, la ricerca dei suoni per mezzo di un pezzo di lamiera
percossa, tra minimalismo d’ambientazione e dark industriale (Fabrizio Colombi) come ci ricorda
la serialità espressa in “Crepa”, un brano sublime, un capolavoro: “la soluzione è rosari di scariche
orgasmi di terra contro figli di cemento…e romperci per rompere…crepa”.
Vito Sartor
http://www.mescalina.it/musica/gruppi/recensioni_emergenti.php?id=516
|MusicbOOm Ribellione contro la banalità
Appena terminate le vacanze di Pasqua, la primavera esplode in tutta la sua fragranza e lucentezza,
illuminando tutti gli angoli oscuri della città e del nostro animo. Rientro a Roma e mi dimentico di
svuotare la cassetta della posta, quindi riscendo e tra bollette, una lettera dell’amministratore in
cui c’è scritto che il tubo dell’acqua del mio appartamento perde (goccia) e pubblicità di pizzerie e
kebabari trovo una busta grande. Dentro c’è un Ep di cinque tracce dal titolo Bancale, con un tizio
nero sulla copertina su sfondo giallognolo che si apre il petto per farne uscire dei rami. Dietro, tra
i titoli delle tracce, si nota subito Corteccia. Figo, penso. Per essere il mio primo promo ricevuto in
formato fisico, anziché digitale, sarà sicuramente interessante. Mi colpisce anche la successione
delle lettere iniziali delle tracce: C-C-C-C-D. Magari non significa nulla, magari si, ma oggi mi
sento mistico.
Dentro tra le note, c’è scritto che questo Ep raccoglie il lavoro di due anni (dal 2006 al 2008) per
descrivere principalmente la provincia bergamasca, come luogo geografico, sociale ed esistenziale.
Bancale è stato registrato da Maurizio Bonfanti, che ha collaborato anche nel mixaggio di queste
tracce che fondono blues, noise, folk, ambient e post rock. Incuriosito decido di metterlo subito
nel lettore ed ascoltarlo. E subito passano la primavera, l’estate, l’autunno e mi ritrovo in pieno
inverno. Gli angoli bui della città si moltiplicano ed il buco nero della mia anima aumenta a dismisura,
divorando tutto ciò che incontra. Fin dalla prima traccia ci immergiamo nella società media
e livellata dalla contemporaneità, dove i testi operano come bisturi per squarciare il velo dietro cui
ci nascondiamo ogni giorno meccanicamente. Coproduci parte piano, con i piatti accarezzati da cui
escono i fumi della nebbia bergamasca ed un giro di chitarra blueseggiante e marcio dentro. Tra
santi che guardano dal cruscotto, suv che (co)producono solo inquinamento ambientale e psicologico,
e cocaina per i figli, il ritmo lento del pezzo cozza quasi contro la velocità con cui affrontiamo
la vita quotidianamente, inseguendo sogni (degli altri) per produrre (o meglio coprodurre)
altri sogni, in un gioco che non finisce mai. E spesso si trasforma in incubo. E l’accelerazione finale,
sembra quasi essere un atto di ribellione nei confronti della banalità della vita quotidiana. Gran bel
pezzo.
La scelta del cantato italiano è azzeccatissima: d’altronde se una band di Berlino decide di cantare
in tedesco, perché una band di Bergamo non può cantare in italiano (no ragazzi, non esageriamo:
in bergamasco no, per via mie origini penso non ci capirei nulla)? Ed abbiamo nominato Berlino
non a caso, perché se in molti hanno lanciato importanti paragoni con Tom Waits, Massimo Volume,
Aidan Moffat e Bachi da Pietra, a me sembra di sentire echi degli Einsturzende Neubauten.
Forse Perpetuum Mobile? Si nota dalle vibrazioni industriali che fanno tremare il sottosuolo acustico,
creando crepe che lacerano l’animo ed esplodono in deflagrazioni finali.
Corteccia ripropone lo stesso schema, noise industrial di provincia in sottofondo. La voce e le parole
sono di Luca Barachetti, che in questa traccia suona anche la Kalimba: la corteccia dalla carne
ad afferrare un cielo senza forme viene quasi troncata da una motosega arrugginita che lascia un
silenzio puro e scompagnato. Un silenzio ricercato disperatamente, un salto nel vuoto per allontanarsi
dall’inutilità delle parole.
L’assalto dei tamburi di Fabrizio Colombi (degli Infarto, Scheisse!) in Crepa ci invita a prendere
le nostre quattro ossa ed uscire, ed ogni attacco di chitarra di Alessandro Rossi è un colpo di machete
sulla nostra carne: l’unica soluzione per fuggire è affidare la nostra anima a rosari di scariche
per arrivare nella polvere. Più si va avanti nel disco, più l’ombra degli Einsturzende si fa evidente:
Crinale sembra scritta da un Blixa Bargeld meno loquace del consueto (il pezzo è di 1.59) ma che
concentra il tutto in pochi secondi: in open space give me my hate è l’unica concessione alla lingua
di Albione, in un pezzo che è un concentrato di tutto, un crinale di fuoco, uno spacco di carne, una
poetica roboante. Il tutto dedicato a Clint Eastwood. Che potrebbe ricomparire anche nella conclusiva
Dolore, ambientata in uno scenario folk-western dove non c’è spazio per i sentimenti.
Ma qui magari ci starebbe meglio un dubbioso Django che portandosi dietro una cassa da morto, si
chiede dove corre l’Adam che non prevede né controlla il bene, per poi decidere di seguire un fiero
e rabbioso esistere di sopportazione e limite. Sullo sfondo, le lamiere si contorcono dal peso di
questa esistenza inutile, unici materiali a resistere al ciclo vita-morte-vita, senza miracoli salvifici.
(4/5)
Umberto Profaziohttp://www.musicboom.it/mostra_recensioni.php?Unico=20090426231748
|MusicClub
A leggere i cinque titoli delle tracce la prima cosa che viene in mente è un messaggio subliminale
dei CCCP: Coproduci, Corteccia, Crepa, Crinale, Dolore. Trattasi di una semplice coincidenza di
parole chiave direi, visto che lo stile è decisamente lontano dal punk emiliano, un gruppo di riferimento
su tutti, i Bachi da Pietra, ma magari a loro piacciono anche gli Earth e i vari filoni doom
drone, e ci trovo anche qualcosa di OvO (non quello della gallina), ma forse questo potrebbe fuorviare
il lettore dal messaggio principale di questa che definirei una “band di concetto”. Cosa evoca
dunque la parola bancale? Odore di legno stantio, di capannone prefabbricato, un muletto che
passa, lo strazio di una vita nella quale giorno dopo giorno vivere diventa sopravvivere, una vita
che gira in tondo sugli stessi binari, “una vita che non fa l’uva”, grido represso, l’antitesi del sorriso
radioso che ha una giovane ragazza insignificante quando è molto, molto felice, e tutto questo lo
ritroviamo nei loro ritmi che sembrano procedere lenti inesorabili e gelidi, come una pressa industriale,
come quando il terminator uno alla fine del film si trascina con tutte le sue ultime risorse
per perseguire il suo scopo, la sottomissione della specie umana, riconsiderate la vostra vita da un
punto di vista distaccato e riflettete anche voi sul vostro essere coproduttore.
http://www.musicclub.it/musicclub/jsp/testi/default_one.jsp?id_testo=12466121847550
|Ondarock
Un mood soporifero, scheletrico, come dei Bachi Da Pietra sotto codeina. Blues metropolitano, ma
di una metropoli strafatta di luci al neon. Luci che accecano la mente, restituendo visioni acidule,
polaroid stantie di una realtà ormai in disfacimento. E, di rimando, una voce che arriva da lontano,
quasi inghiottita dalla sua stessa debolezza, dal suo disastro “interiore”.
“Coproduci” è un’introduzione che non lascia spazio a dubbi sulla volontà di diffondere una verità
indigesta sul mondo che ci circonda, parlandoci, senza mezzi termini, del suo corto circuito di produzione-
consumo-morte. I Cccp sono ormai lontani e le cose si sono fatte ancora più “pericolose”.
Si entra, così, in un vortice che è psichedelico ma che non apre la mente, restituendola, invece, al
buio delle sue caverne, a un andirivieni di suoni-rumori che sanno di malattia (“Corteccia”).
Poco più di venti minuti bastano ai Bancale per mettere in scena il loro delirio macilento. Ma,
forse, non sono ancora sufficienti per lasciarci realmente sbalorditi. Così, le lamiere a mo’ di percussioni
di “Crepa”, esaurito un discorso che mira a far convergere il blues verso lidi industriali,
vengono sostituite da singhiozzi sordi (“Crinale”), perché questa musica ha ancora qualcosa da metabolizzare
prima di trasfigurare a dovere queste macerie umane, questo limbo tetro di sofferenza e
disperazione.
Il “Dolore” mira, d’altra parte, vero “un fiero e rabbioso esistere/ di sopportazione e limite”. Al
momento, quel limite non è ancora stato oltrepassato, per cui è un po’ come osservare un muro
invalicabile, senza nemmeno tentare la scalata. (6)
Francesco Nunziata
http://www.ondarock.it/recensioni/2009_bancale.htm
|RockAction
“Capitalism stole my virginity”. Nulla più di questo vecchio brano degli I.N.C. racchiude il senso di
questo ottimo EP dei Bancale. Immaginate la provincia bergamasca, la nebbia, il grigiore fisico e
mentale di qualcuno che in una mattina da buttare, si accinge ad iniziare il solito lavoro al cantiere
o in fabbrica. Immaginate di poter ascoltare i suoi pensieri mentre il corpo compie azioni ripetitive
e svogliate. I Bancale sono riusciti ad ascoltare questi pensieri ed a cantarli in tutta la loro violenza.
Post-rock, noise, sono alcune delle definizioni che possono spiegare il sound di questi tre ragazzi.
“Coproduci”, “Corteccia”, “Crepa”, “Crinale” e “Dolore”, sono i nomi delle 5 tracce che vanno a
comporre questa opera prima. Disco dove l’incontro tra il rumore e il silenzio genera una miscela
che ha il potere di colpirti come un pugno nello stomaco, per poi cullarti fino a ridonarti il respiro.
Un disco di sangue, cuore e dolore.
Sangue grondante dalle trame blueseggianti della chitarra di Fabrizio, cuore che batte nei ritmi
ancestrali dei tamburi di Fabrizio e il mondo esterno che disturba, squarcia e violenta con le lamiere
e i legni sempre suonati dal buon Colombi. E poi una voce che dice-canta, il flusso di coscienza
di Luca, che con un filo di voce e una tonnellata di rabbia sputa fuori il vuoto di una società tutta
incentrata sul (co)produci-consuma-crepa.
Complimenti a questi tre ragazzi che in poco più di due anni di vita sono riusciti dove molte band
italiane non riusciranno mai: a divincolarsi dall’ombra del rock d’oltremanica per trovare uno stile
del tutto personale.
Ascoltare i Bancale sarà come scoprire la nostra società dalla sua coltre di nebbia e osservare la
pochezza che vi si nasconde sotto. (8/10)
Patrizio Schina
http://www.rockaction.it/e107_plugins/content/content.php?content.725
|Rockit
Dopo i primi trenta secondi di “Coproduci” già capisci dove vogliono andare a parare i Bancale,
tentativo mal riuscito di riprendere suoni e tematiche dei Bachi da Pietra. Non è facile reggere il
confronto con un nome simile e i brani successivi di certo non aiutano a farti cambiare parere:
tutto sa di sperimentalismo forzato, non basta percuotere delle lamiere per essere originali. Terminata
“Corteccia” toglieresti il cd dal lettore, invece continui ad ascoltare per conoscere il finale di
queste storie buie e caustiche, ed è come ti aspetti: il male avrà la meglio e non ci sarà soluzione al
dolore. Sconfinano troppo spesso nel rumore, rovinando quanto di buono traspare da questi brani.
Non a caso la migliore del disco risulta essere “Dolore”, la traccia conclusiva: scarna, misurata e
più minimale. Gli ottimi testi e i suoni ben affilati sono i punti da cui ripartire, limando quegli eccessi
che poco servono alla musica dei Bancale.
Oscar Cini
http://www.rockit.it/album/10041/bancale-bancale-ep
|Rumore #210-211
Scanner Italia
[…] Mi ero già fermato a Bergamo ai tempi dell’Albero delle Zoccole e di Demokrazia, scrivendo
degli Infarto Scheisse!, a mio avviso uno dei pochi gruppi italiani capaci di coniugare positivamente
modernità e tradizione convergendo le loro roots regazioneiste grazie all’immaginario del
loro paroliere. Non è quindi un Caso se nei Bancale tamburi e lamiere siano battuti dalla stessa
persona che lo fa negli Infarto, nonostante la forma canzone muti verso il roots folk. Coproduci
nel senso e-scatologico del termine e Crepa senza aver tempo di consumare, che “l’anima registra
e riproduce sempre il peggio”: questo è un gruppo a cui dovremmo dedicare un PGR in ogni parrocchia
musicale. E muoia idealmente Giuliano Lindo Ferrara e tutti i filistei, i suoi cavalli e la loro
ketamina. Si va verso la grande mareggiata, è ora di una nuova mitopoiesi: i Bancale indicano la
via. Ogni altra parola non loro sarebbe pleonastica, hanno già detto le recensioni di Blow Up #130
del mio dialettico alteralter ego, Elettronoir Bandzine, Fuori dal Mucchio e RockAction: io potrei
giusto mixarle facendone una nuova ma mi limito a profetizzare l’inizio di una nuova Sacra Scuola
orobica. […]
Marco Pecorari
|SentireAscoltare
Trio orobico allestito nel 2006 da Luca Barachetti (voce) e Alessandro Rossi (chitarre) cui si è aggiunto
Fabrizio Colombi (già Infarto Scheisse!) ai tamburi. Questo ep d’esordio contiene cinque pezzi
ovvero il coagulo di un biennio speso a mettere a punto un linguaggio radicato nel blues, scarno e
intenso, spampanato di cupe proiezioni post, tra percussioni che si aggirano misteriche e il ghigno
noise delle chitarre mentre la voce mormora uno spleen melmoso attorno a temi riconducibili al
Ferretti periodo CSI e ai più affini Bachi Da Pietra.
Non mollano neanche per un attimo, ci stanno dentro con tutti e due i piedi, con la testa, stomaco e
cuore. Non cercano esorcismi né liberazioni, ma una disanima che ti scuota e t’inchiodi. Devo dire
che ci riescono piuttosto bene. (7.0/10)
Stefano Solventi
http://www.sentireascoltare.com/recensione/3475/Bancale-bancale-Ep.html
Interviste
Blow Up #131
Comunicazione Interna
“Il mattino ti sveglia ed è già tremendo / alzati anche se è stata una notte sull’inferno / l’anima registra e riproduce sempre il peggio / che ti abitua a sette e mezza di mal di testa / di caffellate fermo e freddo nello sterno / è il colore delle pozzanghere che sull'asfalto ti aspettano / ma non puoi fermarti perché tu produci / anzi / coproduci."
...
"e all'improvviso ti fermi e non senti neanche i clacson / il cielo piove ed è il tuo pianto come un masso che ti trascina dal marciapiede al ponte / sono le nove e sotto un fiume scorre cercando proprio la tua altezza / pensare ai bilanci non ti servirebbe / ora sciogli i tuoi lacci e compi la tua scelta / non è vero che non produci / hai capito solo ora che / coproduci."
Un ep di debutto folgorante, dove il blues randagio di Ry Cooder viene scandito dalle percussioni industriali degli Einstürzende Neubauten e, a fare da sfondo, non c’è né la Berlino del Muro né tanto meno il Texas filmato da Wim Wenders, ma piuttosto la desolazione etica della provincia italiana.
5 tracce essenziali – dirette all’essenza delle cose, e delle quali non potevamo fare a meno - che forgiano parole, demoliscono la retorica da telegiornale, scolpiscono significati. E ti inchiodano lì, al tuo “fiero e rabbioso esistere di sopportazione e limite”.
Luca Barachetti, Alessandro Rossi e Fabrizio Colombi rispondono alle nostre domande.
(COMINT) Quando e come è nato il progetto Bancale?
(LUCA) Bancale è nato nel settembre del 2006, da parte mia e di Alessandro, dopo la scoperta e l’ascolto di alcuni gruppi che lavoravano sul blues e sul folk in una certa direzione, e anche dall’esigenza di raccontare musicalmente ciò che vedevamo intorno a noi, ovvero la provincia di Bergamo, come luogo politico-sociale ma anche esistenziale. Da qui l’interesse verso il riutilizzo sonoro di certi materiali da lavoro come le lamiere, non scordando la lezione di chi a Bergamo come a Berlino prima di noi ha detto la sua in materia. A tal proposito l’incontro con Fabrizio è stato fondamentale: con la sua entrata nel gruppo, e dopo qualche mese di rodaggio, è nato il progetto vero e proprio.
(FABRIZIO) A volte succede che anche in contesti penosi come uno squallido posto di lavoro condiviso possano generarsi forme di umanità consapevole e coltivata, che ovviamente spazza via il subìto per lasciare spazio al ricercato.
(COMINT) Siete voi stessi ad ammettere senza imbarazzi l’influenza che Madrigali Magri e Bachi da Pietra hanno avuto su di voi specie per quanto riguarda un certo tipo di ricerca sull’interpretazione vocale. Non temete che l’ovvio paragone con le creature di Succi possa marchiarvi a vita, rendendo più arduo cogliere/apprezzare il senso della vostra unicità?
(ALESSANDRO) Ovviamente non lo temiamo, e se ciò accadrà vorrà dire che in parte abbiamo fallito. Comunque è normale citare le proprie influenze, infatti vicino ai nomi che citi noi ne mettiamo anche altri che, a mio parere, sono ben più evidenti nella “musica” dei Bancale. Prendi “Corteccia”, non vedo ombra dei gruppi sopra nominati, ma di altro semmai, premettendo che i pezzi non li scriviamo con il canzoniere accanto. Ognuno si porta dietro i propri ascolti (e i nostri guardano soprattutto fuori dai confini italiani dove non sarebbe così provinciale e superficiale il paragone tra i gruppi) e le proprie esperienze musicali e per quanto mi riguarda ci sono quindici anni di musica prima di questo progetto. Concludo dicendo che l'unicità dei Bancale è posto in evidenza sul nastro trasportatore della musica per chi vuole e ha la sensibilità per coglierla. In ogni caso tiriamo dritto per la nostra linea di produzione.
(LUCA) Appunto perché ovvio non lo temiamo. Madrigali e Bachi il punto di partenza da cui sviluppare un discorso nostro e personale. Chi non lo ritiene tale è solo e semplicemente perché o in materia conosce unicamente i Madrigali Magri e i Bachi da Pietra – e, ancor più grave, li conosce pure male – o accetta per comodità e senza dimostrarlo nei fatti che un utilizzo simile della voce predisponga da parte nostra un lavoro di carta carbone anche su tutto il resto. Ragionamento che applicato, ad esempio per quanto riguarda lo stile di scrittura, ad uno come Dylan e alle sue centinaia di discendenze trancerebbe in modo definitivo il novantanove per certo del cantautorato americano (e non solo) degli ultimi quarant’anni e in parte lo stesso Dylan nei confronti di Woody Guthrie. Ma capisci anche tu che superficialità musicale o comodità intellettuale non sono esattamente i modi più convenienti per approcciarsi a ciò che facciamo.
(FABRIZIO) Oddio, essere marchiato perché Luca borbotta come Succi... vabbè dai, ci sta. Poi?
(COMINT) Una domanda per Luca. Ambiguità semantiche, chirurgica scansione del ritmo, essiccamento dei versi: come procedi solitamente nella stesura dei tuoi testi? Hai qualche referente letterario nei confronti del quale nutri debiti di forma/sostanza?
(LUCA) Molto semplice: mi metto lì e scrivo. Un tempo, diciamo così, aspettavo l’ispirazione, nel senso che attendevo “il momento” per poi stenderlo immediatamente sulla pagina. Oggi non ho tempo ne possibilità di fare così, quindi raduno in testa idee, immagini, spunti e quando ho tempo li combino in un qualcosa che poi con un lungo lavoro di artigianato sul significato delle parole e sui suoni, che di solito dura qualche mese, diventa un testo. Tengo a precisare però che i mesi che servono a definire un testo non li passo con il testo davanti ma a debita distanza, riguardandolo solo ogni dieci-quindici giorni e soprattutto pensandolo senza il foglio sotto gli occhi. Solo allontanandomi da ciò che scrivo riesco a capire se ha senso e valore. Per quanto riguarda le influenze mischio forma e sostanza, premetto che ogni lettura è un debito (ma purtroppo a volte anche un credito), e dico di prima botta Pavese, Pasolini, Sanguineti, McCarthy, Pessoa, Galimberti e la Bibbia. Ma non pensare che la chitarra e la batteria non subiscano influenze da alcuni dei nomi che ho citato o da altri di non-musicisti.
(COMINT) A cosa è dovuta la dedica a Clint Eastwood in calce a “Crinale”?
(LUCA) La visione del film “Gli spietati” ha ispirato il testo. A parte ciò Eastwood, come ogni persona che invecchia con cognizione, ha cominciato da qualche tempo nei suoi film a fare i conti con le uniche cose che contano veramente: il dolore, la morte e tutto ciò che ad essi è collegato. In una parola la Fine, che credo sia il termine portante di ogni canzone dei Bancale. La Fine di un amore, di una vita, di un sistema politico-economico.
(COMINT) Nel passaggio dalla copro-duzione al co(pro)nsumo, che trattamento subisce il desiderio?
(LUCA) Il desiderio viene incanalato secondo i dettami del sistema coproduzione-coproconsumo e a sua volta incanala chi subisce questo sistema. Produciamo merda, ovvero cose inutili e di scarto, che desideriamo per induzione da parte della pubblicità ma anche da parte di chi ci sta attorno, per i quali non si esiste se non si possiede tutta una determinata e precisa serie di cose. Inutile dire che la merda non nutre, essendo scarto di ciò che sfama veramente. Il problema è quando ci si accorge di ciò e si è costretti a dare un senso maggiore e più efficace alla propria vita. Non sempre si ha la forza.
(ALESSANDRO) Il desiderio subisce inevitabilmente un (mal)trattamento deviante. Pensiamo di desiderare qualcosa, ma non sempre è così. Molto spesso è una proiezione di quello che i modelli di riferimento sono ed esprimono che dà forma nostro desiderio. Inutile descriverli questi modelli di riferimento.
(FABRIZIO) In realtà lo sterco se abilmente maneggiato può dare ottimi frutti, e a questo serve il desiderio. Purtroppo in un processo di costante deresponsabilizzazione ovattata abbiamo preso a delegare ad altri anche i nostri desideri, che compriamo preconfezionati in base a una tassonomia sociale che sa di marketing e non più di aggregazione.
(COMINT) A quando un disco sulla lunga distanza? Avete già del nuovo materiale nel cassetto?
(ALESSANDRO) Stiamo pensando di registrare un disco nuovo entro l'anno. Abbiamo del nuovo materiale che già proponiamo live e parte di questi brani potrebbero far parte di un nuovo disco; una decina di brani con nuove sonorità e qualche legno e metallo in più.
(FABRIZIO) Nella prossima registrazione vorremmo concentrarci maggiormente sulla produzione, non tanto dal punto di vista del mix quanto piuttosto a monte, in fase di ripresa ambientale. Ci affascina l'idea di catturare in questa fase il maggior numero di sfumature possibili, così da limitare al minimo l'intervento artificioso nel resto della produzione.
a cura di Guido Gambacorta - http://www.comunicazioneinterna.it/dettaglio_intervista.php?id=1281
|Mescalina Bancale è arrivato inaspettato come una nera novella, solitario, solo come sa fare un demo autoprodotto e autopromosso ad un banchetto del MEI; mentre chiacchieriamo con Luca, Alessandro e Fabrizio ci arriva da loro stessi che il loro esordio verrà licenziato dalla neonata etichetta Sidi Records e questo, modestia a parte, significa che Mescalina porta fortuna. Intanto i Ragazzi di Bergamo ci hanno dato molto spunti e approfondimenti sulla metamorfosi del loro disco.
La loro musica continuerà ad incuriosirci parecchio!
Mescalina: Ciao Bancale lo sapete che il vostro esordio ha fatto breccia qui da noi?
Luca: Ci fa molto piacere, grazie dell'attenzione che state dedicando alle cose che facciamo. Per motivi logistici, il disco dato a voi è il primo dato ad una webzine o rivista cartacea, nessun altro ha in mano il nostro dischetto. Quindi che al primo disco ci sia già un'intervista da fare ci gratifica!
Mescalina: Ci ha affascinato molto questo stile di scrittura, molto malata, da poca speranza ed è quasi terminale, ma allo stesso tempo è molto metrica e poco ermetica...
Luca: E' vero, la scrittura dei testi è molto metrica, nel senso che dietro a quello che scrivo c'è un grosso lavoro sul ritmo e sui suoni delle parole. Alcuni dei nostri brani nascono proprio dal ritmo che riesco a dare ai versi. Oltre al ritmo, quando scrivo cerco di stare molto attento al linguaggio che uso, perché sono le parole che scegli di utilizzare a comunicare qualcosa a chi ascolta, prima ancora del significato che esse assumono affiancandosi nell'ordine più o meno logico di una frase. Dalla scelta del linguaggio deriva anche il nostro essere poco ermetici: banalmente parliamo delle cose che vediamo e che viviamo, noi come tutti, ma proviamo a fare canzoni che comunichino, che guardino oltre il nostro ombelico e la nostra cameretta. Di conseguenza essere ermetici sarebbe contraddittorio. Non credo invece che le nostre canzoni siano, come hai detto tu, terminali. Piuttosto alcune prendono atto di un certo stato delle cose e altre reagiscono ad esso.
Alessandro: Sono d'accordo con Luca e non del tutto d'accordo sul "poca speranza". Apparentemente potrebbe trasmettere qualcosa di definitivo, ma in realtà il contenuto è realistico e non pessimistico, anche se a volte i due termini sembrano coincidere.
Fabrizio: Mi pare la speranza un meccanismo del tutto arbitrario, a me piace vedere nei testi di Luca la lucida percezione della realtà un attimo prima del big bang. Il prossimo, ovviamente.
Mescalina: Come nasce Bancale, ma sopratutto di chi è la matrice poetica di questo progetto musicale?
Luca: Bancale nasce nell'estate del 2006 da uno spunto mio e di Alessandro. L'idea, allora piuttosto germinale e poi col passare del tempo sempre un po' più chiara, era quella di descrivere la provincia bergamasca, come luogo geografico-sociale ma anche come luogo interiore corrispondente in un certo senso a quello geografico-sociale, senza però fare dei sociologismi spiccioli e senza neanche cadere in un localismo eccessivo, perché d'altra parte la provincia di Bergamo non è molto diversa dalla provincia di Vercelli o di Lamezia Terme, per fare due esempi. Da questa idea è derivato tutto il resto: il linguaggio di cui parlavo prima e soprattutto la scelta di usare solo una chitarra elettrica e una batteria con delle lamiere ed altri oggetti industriali al posto dei piatti, strumento quest'ultimo che ha cominciato a suonare con l'apporto fondamentale di Fabrizio.
Mescalina: A proposito dei suoni del disco, a chi appartiene invece la matrice strumentale? …Due anni di lavoro sono tanti, si direbbe che Bancale si è evoluto lentamente e forse questa evoluzione sonora, sempre bene bilanciata, si legge nell'equilibrio di suoni che risiede nel disco: un blues di atmosfera, denso e nello stesso tempo rarefatto, ambientazioni polverose, noise, sperimentazione sonora, rumorismo...
Alessandro: Il progetto è stato ben chiaro fin da subito ma è servito un po' di tempo per farci assorbire completamente da quello che avevamo in mente di fare. Abbiamo composto anche dei pezzi che poi si sono persi, abbandonati. Dei sopravvissuti ne abbiamo registrate svariate versioni per poi riascoltarle e grattare via tutto il superfluo. Le chitarre percorrono la strada della rappresentazione di matrice visuale e a tratti evocativa, ma quasi mai descrittiva; allo stesso tempo cercano di essere il più possibile concrete, materiche, muscolari, diritte allo stomaco della questione.
Fabrizio: In effetti il percorso parla di un'asciugatura progressiva del suono, non che all'inizio fossimo una banda glam rock, ma certi stilemi si sono persi nel tempo. Probabilmente finiremo con brani per monocordo, ticchettio e mugugni… Al momento Bancale mi ricorda lo spiritual nero in salsa postmoderna.
Mescalina: Secondo me il brano più riuscito da entrambi i punti di vista (testi e musica) è "Crepa", da un senso di alienazione pazzesco? E' molto industriale come suono, diverso dai sottofondi blues che avete usato nelle altre canzoni.
Alessandro: Il suono industriale di "Crepa" (soprattutto delle percussioni) è uscito in fase di mixaggio grazie a Maurizio e ci è piaciuto subito. La struttura del pezzo è volutamente più meccanica e autistica delle altre. Fabrizio: Quando Maurizio ha proposto quella soluzione è parso chiaro a tutti che si trattasse dell'accorgimento giusto per le percussioni, da un bel senso di lucida catatonia.
Mescalina: Ho visto sul vostro sito che in realtà i brani all'attivo sono più di cinque, è corretto?
Luca: Sì, ad oggi abbiamo pronti una decina di canzoni, alcune sulla stessa linea di quelle dell'ep, altre meno, ma comunque sempre accomunate da una certa omogeneità di atmosfere.
Mescalina: Alcuni di noi hanno commentato il vostro disco come un secondo capitolo di un libro iniziato anni orsono dai Massimo Volume e di recente continuato da Le Luci della Centrale Elettrica, siete d'accordo con questa affermazione?
Luca: Sia noi, che i Massimo Volume che Le Luci parliamo di provincia, ma del resto come un sacco di altri artisti nel campo della musica, del cinema, della fotografia e della letteratura. A parte questo c'è sicuramente una comunanza coi Massimo Volume, un pezzo come "Crepa" nasce anche dall'ascolto dei loro dischi. Con Le Luci, che personalmente stimo, credo invece che le affinità si fermino a quanto detto prima, se non altro perché noi siamo molto meno "generazionali". Ma è un discorso lungo da fare. Tuttavia i Bancale non esisterebbero se prima di noi non fossero esistiti i Madrigali Magri e i Bachi da Pietra, prima di tutto riguardo l'uso della voce.
Mescalina: Passiamo quindi ai Vostri riferimenti musicali: chi vi ha contaminato di più nella vostra formazione, chi vi ha ispirato di più artisticamente, sia dal passato che nel presente?
Luca: Oltre ai nomi già citati i primi che mi vengono in mente sono Ivano Fossati e Paolo Conte per la scrittura dei testi. E poi Pier Paolo Pasolini, Cesare Pavese, Cormac McCarthy e Umberto Galimberti. Più in generale sicuramente Tom Waits, Neil Young, Six Organs Of Admittance, Carla Bozulich, Einsturzende Neubauten, Low, Robert Johnson e molti altri.
Alessandro: In sala prove con i Bancale penso molto ai bluesmen anteguerra, Robert Johnson, Skip James, J.B. Lenoir (più per l'approccio che per la tecnica), poi Loren Mazzacane Connors, Sonic Youth, Low, Morphine, Wyatt, certe cose di Fripp, William Basinski.... ma più che musicali però le mie influenze sono perlopiù visuali. Penso a certe cose di Francis Bacon, Jonathan Guaitamacchi, Johannes Kahrs. Tra gli scrittori oltre a quelli citati da Luca aggiungerei Kafka per il passato e Vitaliano Trevisan per il presente.
Fabrizio: A me piacciono i Kraftwerk e il Bepi (presumo che si tratti di Bepi And The Prismas ndr).
Mescalina: Raccontateci qualche aneddoto circa la nascita dei suoni di questo disco, so ad esempio che avete usato pezzi di lamiere al posto dei piatti della batteria, giusto?
Alessandro: L'unico aneddoto che mi sento di raccontare è di quando avevamo la sala prove praticamente in una sagrestia di una chiesa vicino a Bergamo. Quel luogo ha influenzato molto il mio modo di suonare con i Bancale. Fare "Dolore" là dentro era tanto appagante quanto surreale. Un bel periodo. Inevitabilmente tutto è saltato tra gli insulti.
Fabrizio: In realtà i suoni del disco sono quelli della sala prove, è lì che emerge il disagio del Bancale tra lamiere, tamburi, chitarre riverberate e soli di kalimba…
Mescalina: Considerate la vostra musica un ibrido o una creatura che si evolverà in futuro?
Luca: E' possibile che ci evolveremo in futuro, ma in quale direzione proprio non te lo so dire. Abbiamo alcune idee per la testa, sia a livello di scrittura dei brani che di collaborazioni. Vedremo.
Alessandro: In qualche pezzo potrebbe comparire altra strumentazione o magari una voce femminile. Fabrizio: L'una e l'altra sono profondamente intersecate, Bancale prende forma assorbendo di continuo contesti diversi e mutevoli, ibridando forme e stili, umori e pezzi di vita.
Mescalina: Avete altri progetti, futuri o paralleli per cui vi interessa spendere due parole?
Alessandro: Da qualche anno ho un progetto di musica ambient elettronica: ivonne gut (http://www.myspace.com/ivonnegut) e di recente ho iniziato a suonare nei concerti dei Garage Ermetico, altro gruppo bergamasco (http://www.myspace.com/ilgarageermetico).
Fabrizio: Suono la batteria in the infarto, scheisse!; al di là di note e parole e generi, del tutto opinabili, mi interessa porre l'accento sul mondo delle piccole produzioni indipendenti, delle coproduzioni, della condivisione di esperienze e situazioni, della mutua solidarietà. Il cd dei Bancale nasce anche grazie a questo, attraverso la collaborazione con gli amici della neonata Sidi Records. Musica non solo come espressione ma anche e soprattutto come veicolo di rapporti, stili, prese di coscienza, azioni.
Mescalina: Ciao e grazie per la vostra disponibilità e buon anno da Mescalina.it
Bancale: Grazie a voi e buon anno.
Bambòs: Buon 2010! - http://www.mescalina.it/musica/interviste-/interviste.php?id=282